Confine

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540129_217071698454442_570812073_nSono andata a correre. Nulla di eccezionale, direte.

No, nulla di eccezionale.

Sono andata a correre su per la pista ciclabile, che si trova in un luogo che non è né isolato, né troppo fuori dal paese.

Ci sono andata, sola… ovvio! Volevo correre, ritagliarmi un’ora, non sentire, non pensare. Avevo da poco preso una buona falcata quando mi hanno fermato due signore di età poco superiore alla mia, con volto corrugato mi hanno chiesto:

«Sola vai?».

«Si» ho risposto.

«Uh, Mado’! Stai attenta che più avanti là stanno due negri».

Detto questo, si sono girate e – senza aspettare una parola – sono andate via, soddisfatte della loro buona azione quotidiana. Le ho guardate allontanarsi, interdetta. Ho ripreso a correre nella direzione dei due negri, guardandomi attorno e incrociando lo sguardo di due compaesani che… sì, loro sì, a pensarci, mi davano più pensiero dei due stranieri che (forse) più avanti avrei incontrato. Ho percorso una cinquantina di metri ed… eccoli là. Due ragazzi, stavano procedendo nella direzione opposta alla mia… mi hanno sorriso e fatto un cenno di saluto, proseguendo tranquilli per la loro strada. Ho ricambiato, procedendo tranquilla per la mia, di strada… fino a una sbarra che delimita un terreno.

Confine, ho pensato. Confine. Come la linea di orizzonte alla mia sinistra che non mi fa vedere oltre il mare. Confine. Come la mente che vede la sbarra e la identifica nel concetto di divieto ad andare oltre. Confine. Come un colore diverso che ci fa pensare: straniero… e ci chiude.

Stabiliamo dei confini per difenderci. Ma, poi, da cosa? Il confine di fornisce una situazione di comfort, ci addormenta, inibisce la nostra capacità di decodificare il mondo nella convinzione che ciò che è noto è sicuro e ciò che estraneo é pericoloso. Confine… cum-finis… ciò che separa. Non solo. Ciò che, al contempo, unisce. La sbarra che delimita il terreno è un segno convenzionale, immediatamente fruibile, che ci suggerisce l’idea di un limite… ma, non è invalicabile e, inoltre, quel terreno in realtà è attaccato a un altro. Sarebbero uno solo se non fossero divisi in due da quella sbarra. E, quella sbarra, crea un concetto (quello di confine, appunto) dando vita a una specie di micro-universo a sé stante di significati che per convenzione riconosciamo (come insegnano Maturana e Varela). Ecco, dunque, che come dirette conseguenze del concetto di confine si concretizzano quelli di alterità (c’è qualcosa o qualcuno con cui si stabilisce una separazione) e di identità (di una base comune su cui la suddetta separazione si attua).

Riflettendo sul mondo e la società che mi circonda, mi chiedo come sia possibile che nella vita reale la paura dell’altro ponga limiti (evidenziando la distanza da rispettarsi fra mio e tuo), com’è possibile si ponga tanta attenzione ai confini, agli orizzonti… mentre, poi, siamo capaci di lanciarci felicemente nel mondo virtuale del web dove i confini non esistono, tutto diventa anonima condivisone e asettica mescolanza senza la minima paura o dubbio. Mi viene in soccorso Zygmunt Bauman per ricordarmi (parafrasandolo) che la società globale divide tanto quanto unisce, anzi, divide in quanto unisce.