Mani d’inchiostro

Sparire

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Niente di che…

… solo sparire.

Sparire…

Sparir…

Spari…

Spar…

Spa…

Sp…

S…

.

 

Sono solo una donna e tutte le donne in una (11 aprile 2016)

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Sono solo una donna e tutte le donne in un una.

In sincrono secoli di esperienze

bussano alle mie tempie,

nell’anima Eva suona la sinfonia

della sua primordiale curiosità

ed io sono lei ed Isabel,

io sono Maria e Medea,

Elena e Matilde,

Elisabetta e Maria Antonietta.

Sono Maddalena redenta

e le Bolena lascive,

sono Giovanna la mistica

e Margaret la pragmatica,

sono il capriccio di Salomè

e la filantropia di Teresa,

sono Artemisia e i suoi pennelli

e Anna e i suoi diari.

Sono solo una donna e tutte le donne in una.

Sono l’istinto preistorico

e la convenzione medievale,

sono il lamento della guerra

e l’istanza della pace,

sono l’estetica umanistica

e l’odierna bruttura,

sono il reggiseno bruciato in piazza

e lo sguardo basso del tacito consenso.

Sono solo una donna e tutte le donne in una.

Sono l’urlo della vita

e la carne che sarà polvere,

sono il talamo nuziale

e la passione deviante,

sono vergine e puttana,

sono buona e malvagia,

sono solo una donna e tutte le donne in una.

e nello spaesamento del tutto e del niente

sono una che vive questo presente.

Pensieri scazonti su musica di Howlin’ Wolf (3 marzo 2016)

Lui aveva la testa china su Estrelle, la pizzicava, la stuzzicava… voleva da lei il massimo, voleva tirarle fuori l’anima e voleva che lei tirasse fuori la sua.

Aveva colori forti la sua tavolozza, la bambina ci sapeva fare… non l’aveva scelta a caso, era dietro una porta in quel negozio di cianfrusaglie.

Non sapeva neanche lui come avesse fatto a vederla, ma la volle e la ottenne.

Oh sì, Estrelle!

Lei suonava un vecchio blues, era arrivata alle radici di quell’uomo… e il blues era vecchio come i vecchi e vecchie e ataviche le corde di quell’uomo che vibrava su di lei.

L’aria era densa di fumo, di whiskey… e di lei.

La donna arrivò, si appoggiò allo stipite della porta; lui in quel momento si spingeva giù con le dita, verso la buca… si spingeva giù… per solleticare Estrelle a farle suonare le note proibite. La donna lo osservò, sospirò… lui alzò lo sguardo da Estrelle e la vide, rallentò il ritmo…

«Non fermarti».

Lui prosegui, Estrelle emise un gemito, la donna inarcò la schiena… una frustata non l’avrebbe scossa, quella carezza sì.

Si voltò e, ancheggiando, se ne andò.

Lasciò cadere un biglietto.

C’erano impresse le sue labbra.

 

(P.s. Abbiate la pazienza di arrivare al momento 0′ 38” del video … non ve ne pentirete!)

 

Irrimediabilmente e per sempre (3 dicembre 2015)

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Mi hai corrotta irrimediabilmente

e per sempre…

e la tua voce riecheggia,

è gioco di rimandi fra l’anima e le ossa

per riprodursi all’infinito

e insinuarsi rondò nella mia mente.

Mi hai corrotta irrimediabilmente

e per sempre

con il buio dei tuoi occhi

e la memoria fa capo a te

e alle acque dove galleggiano

i filamenti della mia eccitazione.

Mi hai corrotta irrimediabilmente

e per sempre

con la fame della tua ruggine

che divora i pensieri puri,

che corrode le emozioni

e si insinua in terminazioni remote.

Mi hai corrotta irrimediabilmente

e per sempre

portandoti via la mia primavera

e ora abiuro quel giorno in cui

ho proclamato di appartenerti

con abnegazione di vestale.

Ti restituisco le ore di amore

e le dolorose incomprensioni.

Non mi corromperai ancora con falsi idoli,

seppur traviata torno da me stessa,

lontana dalle tue ingombranti certezze

alla deriva del mio incerto presente.

 

Roccia carsica (13 novembre 2015)

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Sono roccia,

non roccia qualsiasi,

roccia carsica.

L’acqua erode,

non scivola,

permea,

scava

senza destar sospetto –

vene sotterranee,

scava piano,

lentamente…

scava minuti,

paiono giorni

si rispecchiano in mesi

ritrovandosi anni.

Sono roccia,

non roccia qualsiasi,

roccia carsica,

mi attraversa la luce

per “occhi” scavati

bevuti dal mare,

ho orbite buie

in cui celo porzioni

di anima frale

e mi so già inetta

a proteggerla.

Sono così:

roccia carsica,

pietra di Puglia,

arsa dolcezza,

delirante durezza.

 

Vendemmia – ritorni e ricordi (22 settembre 2015)

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Tu ritorni. Ritorni nelle giornate come questa, quando camminando per le strade di buon mattino e costeggiando le abitazioni, dalle cantine risale l’odore dei mosti. Sento così viva la presenza in quel profumo. Quel profumo, per me, sei tu. Quel profumo sono le tue mani forti e i tuoi occhi vivaci, quel profumo è tutto ciò che mi hai insegnato… è tutto quel che resta e tutto quel che è perso. Decido di andare, di prendere la strada verso il mare, di attraversare le contrade che portano verso i tuoi terreni… terreni che non sono più tuoi, ma per me saranno sempre tuoi. Mi prende l’incolpevole rimpianto di essere stata troppo giovane all’epoca, non avevo voce in capitolo per impedire lo scempio della vendita, vendita che avresti giustificato dicendo: «a volte si fanno scelte brutte in cui ti pare che i soldi sono più importanti del voler bene, ma non è proprio così». Il cancello è aperto e il tendone ormai privo di grappoli, hanno già raccolto tutta l’uva primitivo. Il nuovo padrone è dall’altra parte del terreno, ma mi vede, incuriosito si avvicina e mi riconosce; è un tuo parente alla lontana e di fondo lo tiene ben in salute il tuo vitigno. Mi dice che ha da fare e si deve sbrigare, ma io posso entrare e fare un giro se mi va… tanto i terreni li conosco! Tutto è pressoché invariato: l’uva fragola attorno alla camera degli attrezzi, il pozzo e l’albero di fichi alla cui ombra sedevi in attesa finisse il turno dell’irrigazione. Mi avvicino a un fusto, lo accarezzo… è tiepido e ruvido… sento che sei qui… l’onda dei ricordi mi assale e sono di nuovo con te in motocarro, sono di nuovo con te che mi regali la zappa più piccola delle tue, sono di nuovo con te che mi insegni a riconoscere i  succhioni e le malattie, sono di nuovo con te a vegliare le gemme che porteranno l’uva nella debita stagione, sono di nuovo con te la prima volta che mi hai permesso di partecipare al taglio per la vendemmia. Sono di nuovo con te e tu sei di nuovo con me. Penso a tutto ciò che non sarebbe successo, a ciò che non avresti permesso se la malattia non ti avesse portato via… e penso a tutte la volte che non mi sarebbe mancato l’abbraccio e il porto sicuro dell’unico uomo con cui mi sia sentita invincibile. Le lacrime mi pungono gli occhi, ma penso a una frase di Erri De Luca che dice che quando ti viene una nostalgia, non è mancanza, è presenza… arriva qualcuno da lontano a farti compagnia. Allora comprendo che tu sei qui e io posso guardare serenamente il cielo e dirti: «Ti voglio bene, nonno.»

Un regalo speciale (19 febbraio 2015)

Arrivò a primavera…come i fiori nuovi.
Fu il regalo 
speciale che mi fece mia madre in occasione del mio sesto compleanno! Un regalo che avevo tanto richiesto e aspettato, ora era lì… piccolo e morbido. Peccato solo che, a causa sua, mia madre non poté organizzarmi la festa quell’anno ed io iniziai a guardarlo con sospetto, a riservargli piccole angherie come svegliarlo quando si era appena addormentato…oppure non avvertire mia madre appena lo sentivo piangere… si sa i bambini sanno essere sadici all’occorrenza!
«Mi raccomando Simona, ‘sta attenta al fratellino!», «Su non fare storie! Bell’esempio sei per tuo fratello!» sono le frasi che per anni mi hanno perseguitato, suonando, a volte, come una presa in giro… tanto lui era più vispo, più bello, più bravo, più allegro, aveva più carattere di me… tutti erano attratti da lui. Lui non dispensava baci, imponeva i suoi no e tutti gli stavano dietro e, inevitabilmente, lo amavano! Certe cose sono scritte nel destino, lui si chiama Davide che in ebraico vuol dire, appunto, “amato”.
Io sono nata il 20 aprile, lui il 16.
Io avevo compiuto 9 anni, lui 3.
A me avevano regalato la bici, a lui una diavoleria elettrica… una specie di mini-moto, ma con tre ruote come un triciclo, che dopo averla ricaricata, si azionava semplicemente premendo con il piede un piccolo pedale e che si fermava quando lo lasciavi.
Io per provare la mia nuova bici, dovetti aspettare il giorno in cui mio padre – libero da impegni – trovò il tempo per accompagnarmi giù in cortile a inaugurarla. Lui, invece, aveva la possibilità di scorazzare con la sua diavoleria in giro per casa. Girava sulla sua moto e rideva, mi faceva le pernacchie, voleva salirmi sui piedi, sbatteva nelle porte… faceva un baccano incredibile e mia madre anziché arrabbiarsi, come faceva con me quando sbadatamente spostando una sedia questa strideva strisciando contro il pavimento, con lui, no. Con lui rideva e diceva a miei nonni soddisfatta: «Ma guardatelo! Sembra nato apposta per stare su quella moto!»; «Buon sangue non mente, tale e quale a me. Quando sarà grande gli regalerò la mia moto Guzzi!» le fece eco mio nonno. Io, fingendomi intenta nella lettura del 
Corriere dei Piccoli, tra me pensavo non fosse giusto. La moto Guzzi, l’avevo vista prima io, la guardavo e sognavo di essere grande abbastanza per salirci su…altro che scuola di danza! Me ne sarei andata volentieri in giro per il paese sulla malandata moto del nonno!

Dulcis in fundo mia madre non resistette alla tentazione di immortalarlo su quasi un intero rullino di foto. Per fortuna all’epoca non c’erano le fotocamere digitali con quattro giga di memoria come oggi che permettono di scattare una mole infinita di foto che poi non stampi e rivedi mai.
Mia madre gli scattò non so quante foto e lui ogni volta si inventava nuove pose, ingenuamente egocentrico come gran parte dei bambini. Ad un certo punto, si ricordò di avere anche una figlia e mi chiamò:
«Simonaaa! Vieni, dai! …Fai una foto con Davide!»
«Sto leggendo! E poi, di foto con Davide ne ho tante!!!» risposi.
«Non fare la musona. Vieni a fare la foto!»

Mi alzai sbuffando, la sedia stridette e mia madre urlò… come al solito!

Mi avvicinai borbottando: «La foto la faccio solo se poi me ne fai una DA SOLA in sella alla bici», mia madre mi lanciò uno sguardo ammonitore e non disse nulla. Sapevo che stava pensando una cosa che mi aveva già ripetuto altre mille volte e cioè:«Non fare così, anche a te quando avevi la sua età abbiamo fatto un sacco di foto! Anzi, lui, in confronto a te ne ha molte di meno!»
Flash! Prima foto…lui a cavallo della sua moto e io in piedi a fianco a lui.
«Un’altra, un’altra!» disse mia madre «però avvicinati, abbassati…non so, mettetevi in posizione»
Flash! Seconda foto… io piegata alla sua altezza e lui sulla moto.
«Bella! Bella! Facciamone un’altra!»
«No, mamma, basta»
«Un’altra, un’altra!» insisté Davide «una con me sulla moto e tu che fai il trenino con le mani qui» mi dice indicandomi le sue spalle. Mi misi in posizione e terzo flash!
«Ok, ora sulla bici» mi lamentai.
«Va bene» acconsentì mia madre.
Salii in sella alla bici e lo vidi arrivare di corsa:  «Io con Simona, io con Simona!»
«Dai, facciamone una così» dice lei«e poi ti faccio la tua foto da sola»
Acconsentii sbuffando! Flash! Fatta la quarta foto!
«Su Davide, via di lì…la mamma fa una foto a Simona» lui un po’ risentito andò via, si spostò verso il muro. Non mi pareva vero si fosse allontanato!  Mia madre indietreggiò nel corridoio per ritrarmi a figura intera, stava per scattare la foto quando lui con un movimento repentino si affacciò nel corridoio…flash! Quinta foto! Tutti ridevano, meno che io. Nulla da fare… troppo tardi per non scattare… mia madre non seppe dire con certezza se lui fosse venuto o meno sulla foto, ma sì! Venne!… «Aspe’, dai…resta sulla bici, te ne faccio un’altra per sicurezza» e rivolgendosi a mia nonna «tienilo fermo.»… ma fu inutile, non c’erano più foto sul rullino… «foto finite, le facciamo un’altra volta quelle con te sulla bici.» Pensai che lui mi rovinava sempre tutto… e che forse sarebbe stato meglio che mia madre mi avesse ascoltato quando, durante la gravidanza, scoprendo che era maschio e sapendo che volevo una sorellina mi chiese «Ascolta, e se la mamma anziché regalarti una sorellina ti regala un fratellino?» ed io risposi candidamente «Se è maschio, lo buttiamo!»
Ero convinta, allora, che non lo avrei mai perdonato, che mai saremmo andati d’accordo io e lui… ed invece non è stato così. Lui è parte di me, forse di quella parte più autentica, di quella parte al contempo viscerale e ancestrale che sente la eco dello stesso sangue scorrere nelle vene, quella del gioco dell’infanzia, quella che mi fa incazzare (sì, incazzare… perché incazzare è diverso da arrabbiare), quella capace di perdonare, quella parte che mi fa ancora sperare e credere di valere.
Semplicemente io lo amo con tutta me stessa… era pestifero e non mi ha reso vita facile, ma è vero che anch’io ero una bambina e travisavo le cose. Non so se crescendo si acquisti una maturità così lucida da far vedere esattamente le cose per quello che erano, sicuramente la maturità porta a vedere le cose sotto un’ottica nuova e per magia i ricordi svelano pagine che fino a qualche tempo fa non eravamo in grado di leggere… e così, accanto al bimbo iperattivo, ora vedo anche quello che non apriva il suo uovo Kinder se io non tornavo da scuola, perché voleva lo aprissimo insieme per poi giocare. La tenerezza che mi invade spazza via ogni rancore ed io sono grata più che mai a mia madre per il suo
 regalo speciale.

 

Ho sognato (2 febbraio 2015)

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Ho sognato aerei di carta,
pensieri leggeri
e scarpe rosse
tali da portarmi lontano.
Ho sognato linee di colline
con le iniziali aspirate,
profumi di mosti
e sughi di cinghiale.
Ho sognato l’origano
e il mio sale
corrompere
il tuo pane sciapo.
Ho sognato che ridevi
e facevi volare
aerei di carta
e parole d’inchiostro.

 

L’estate di San Martino (11 novembre 2014)

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Mi desta da sonnolenti pensieri

un’imprevista, piccola estate

di biondi campi indolenti e stanchi

con ruggini assortite di foglie crepitanti

mentre il sole, sceso già,

lascia in ricordo di sé

porpora all’orizzonte

e tramonti incandescenti.

Io sento il cuore stringersi…

ho bisogno di vino novello e castagne,

voglio sbucciare e assaggiare,

voglio bere e non pensare,

voglio vivere di automatismi

che scattano all’improvviso …

voglio te qui con me

a insegnarmi come si fa

e tu con un sorriso che non conosco,

con una sconosciuta carezza,

sei il libro che racconta (piacevole sorpresa!)

che non si vive di automatismi

ma di cose inaspettate e nuove

come quando chiudi le persiane alla sera

e t’aspetti che l’aria profumi di nebbia e camino

e invece l’aria è tersa e danzano le leonidi a sciami.