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Inutile!

Noi italiani, popolo di santi, poeti e navigatori, siamo inclini al romanticismo e al sentimentalismo e – negletti noi! – ci risentiamo se, dopo esserci schierati a favore di una causa, alla bisogna ci ritroviamo soli e derisi.

Non intendo pubblicare su questa pagina una vignetta che non mi è piaciuta e che ho trovato di pessimo gusto. Non intendo neanche pubblicare le vignette di risposta dei vari Ghisberto e Ricciardi di turno, di altrettanto pessimo gusto. Mettendo da parte i gusti personali, credo però vada chiarita una cosa. Almeno per come la vedo io.

«Satira (sa·ti·ra < Dal lat. class satúra) s.f. 1. Genere di composizione poetica a carattere moralistico o comico, che mette in risalto con espressioni che vanno dall’ironia pacata e discorsiva fino allo scherno e all’invettiva sferzante, costumi o atteggiamenti comuni alla generalità degli uomini, o tipici di una categoria […]. 2. estens. Critica più o meno mordace (dal sarcasmo alla caricatura) verso aspetti o personaggi tipici della vita contemporanea».

Questa la definizione di satira presente sul Dizionario della Lingua italiana Devoto-Oli.

Si commenta da sé. Per chi ha orecchie e testa per intenderla.

Ecco. Il Charlie Hebdo fa satira (del tipo che l’Italia trova sconveniente quando si tratta di se stessa), a scapito di tutto e tutti. Non è certo un periodico diretto da missionari cattolici scalzi in Uganda. Non è settimanale di buonismo gratuito o che fa sconti… in quanto tale, coerentemente: con le proprie idee, con la propria mission, con il proprio taglio editoriale guarda il mondo dalla torre eburnea del suo occhio dissacrante. Sembra semplicistica come spiegazione, ma questa è la realtà: il Charlie Hebdo fa satira. Punto. Coerentemente, ripeto.

Coerentemente, sempre, non rinnego il mio essere stata loro sodale di fronte all’atto terroristico che hanno subito. Anzi. Lo rifarei, lo so. Resto fedele all’umano, una delle cose in cui credo. E credo. Credo, o meglio… spero, che quella vignetta sulla tragedia del Gran Sasso sia di insegnamento a coloro, jesuischarliehebdoisti improvvisati, che all’epoca dell’attentato si schierarono spinti dall’impellente necessità di sentirsi parte di tutto quel clamore e di strappare un pugno di mi piace. Spero che insegni loro a pensare con la propria testa, o di provare a riflettere qualche secondo prima di schierarsi.

Leggo che i vignettisti devono delle scuse… mi viene da sorridere… a questo punto dovrebbero delle scuse al papa, ad Allah, a Dio, a Sarkozy, alla Merkel, a Trump…  e via discorrendo e che razza di senso avrebbe pubblicare le loro vignette per poi chiedere scusa? Nessuno. Leggo auguri di morte e anatemi contro la sede della rivista, i suoi redattori e la Francia tutta… rabbrividisco perché penso alla violenza (che non è solo atto… ma parole e pensiero) che è un boomerang che ritorna tanto più forte a ritorcersi contro chi lo scaglia.

Ineluttabilmente tocca ammettere che a scapito di tutti i nostri “se” e le nostre invettive, la morte per (al momento) 24 vittime accertate è arrivata prima di tutti.

Non sono insensibile alla tragedia. Non giustifico la mancanza di buon senso. Credo sia inutile fare, però, simili polemiche. Non servono. Sono convinta che la satira raggiunga l’apice della propria efficacia prendendo di mira i poteri forti e svelandone i retroscena piuttosto che giocando al massacro sulle vittime. Questo sì. Però il buon Plauto insegna: homo homini lupus.

Ho parlato troppo, ma ecco un video che riassume come la penso.

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