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Milena Agus… o la ami o la odi.

Personalmente… la amo, la trovo una delle penne più interessanti della narrativa italiana contemporanea. Questo, però, non inficia il mio giudizio sul suo terzo romanzo Ali di babbo (Nottetempo, 2008, 13 euro) che, pur avvalendosi degli elementi tipici della scrittura dell’autrice (l’ambientazione in Sardegna, gli imprestiti dialettali, la saga familiare, un briciolo di perversione, l’atavismo di certe situazioni e, in più, il ricorso alla magia), lascia la sensazione di incompiutezza e di qualcosa che non funziona nel meccanismo narrativo.

Procediamo con ordine.

Ali di babbo narra la storia – prendendo a prestito la sinossi del libro – di “madame” (così chiamata perché forse un giorno andrà in Francia) proprietaria di un terreno sul mare assediato dagli speculatori. Ma madame, che è povera, si rifiuta di vendere, bloccando i possibili affarucci dei confinanti. Eppure i vicini non possono fare a meno di amarla, per la sua generosità e la sua candida resistenza. Questa, raccontata dalla vicina quattordicenne, è una storia comica e truculenta, fiabesca e vera. La voce narrante non ci parla – però – solo di madame, ci parla anche di se stessa, del nonno (altra figura portante del romanzo), dei vicini. Il tutto si svolge con sullo sfondo la Sardegna: terra arcaica, ancestrale, anacronisticamente scaraventata nella nostra epoca di frette e speculazioni edilizie e morali, ma che conserva riti e valori di un tempo che fu nei ragionamenti, valori e convincimenti.

Elemento fortemente presente in questo libro è la magia e il pensiero mitico-magico, croce e delizia di tanta antropologia. Madame, in particolare, crede nella magia (senza la magia la vita è solo un grande spavento) ed è convinta che questa possa modificare gli eventi e rendere la gente più felice. In un suo personale estro, rifacendosi ai numeri dei tarocchi (perché le carte danno risposte troppo difficili e lei si limita al significato dei numeri), attua piccoli riti, per esempio la tavola, se si tratta di coppie, la apparecchia con il numero quattordici, la Temperanza, l’unione di due elementi separati, quattordici ravioli, quattordici dolci, quattordici mestolini di minestra […]. Inoltre, madame crede nei fantasmi. In particolare a un fantasma che si prende gioco di lei rincorrendola, percuotendola, facendole dispetti di vario genere, il tutto al solo scopo di ricordarle quanto sia inetta e inadatta alla vita sentimentale. Espediente poco convincente e interessante quest’ultimo che porta all’unico risultato di affidare al lettore la certezza che il fantasma sia solo nella testa di madame, nelle sue fissazioni e mancanze. Il pensiero magico pervade anche la quattordicenne voce narrante, convinta che le lenzuola gonfiate dal vento non siano altro che il manifestarsi del padre che lei crede morto e che i giochi erotici in cui, di nascosto, ha visto coinvolta madame, non siano opera di uomini in carne ed ossa ma di fantasmi che la puniscono.

Per quanto tutti i libri di Milena Agus si avvalgano di un linguaggio talmente semplice da risultare spiazzante per il lettore, in Ali di babbo questa modalità espressiva – ahimè – naufraga nello sforzo portato al limite di esprimersi con le parole di una quattordicenne.

A proposito dell’erotismo presente nel libro, invece, ho letto talune recensioni indignate, cui rispondo semplicemente che descrizioni di questo tipo sono presenti in tutti i romanzi di Milena Agus e ne costituiscono un tratto distintivo, non sono – inoltre – mai volgari, neanche quando rasentano episodi di forte perversione… ammesso che di perversione possa parlarsi. Del resto, chi stabilisce cosa nell’amore o nel sesso è normale e cosa è perverso?

La sensazione complessiva è che tutti gli elementi presenti in Ali di babbo, perfettamente amalgamati e funzionanti negli altri romanzi, siano troppa carne messa a cuocere rendendolo difficilmente digeribile e perso nelle maglie di se stesso. Resta, tuttavia, da lodare la capacità indiscussa di Milena Agus di saper passare al setaccio della leggerezza (che, come insegna Calvino, non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore) anche argomenti drammatici o scabrosi.

Una defaillance nell’iter di una scrittrice, anche se pluri-premiata e riconosciuta, può starci, l’importante è ritrovare le fila della propria scrittura e lei con i romanzi successivi (La contessa di ricotta e Sottosopra) ci riesce benissimo.

P.s. Il presente articolo è stato pubblicato in data odierna su Siderlandia, blog con cui collaboro da un po’.

 

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