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Un paio di giorni fa mi ero ripromessa che avrei dedicato un po’ di tempo al blog.

Pensavo al mare che amo, ai cavalli che amo, ai luoghi che amo e che… magari, potevo inaugurare una nuova categoria in cui parlavo della mia terra.

Ieri – poi – le mie già fragili intenzioni si sono polverizzate appena appresa la notizia del scontro dei treni fra Andria e Corato. Con quale spirito potrei parlarvi delle bellezze della mia terra sapendola a lutto? Sarei un elefante in una cristalleria… e il primo ninnolo a infrangersi sarebbe l’amore per la Puglia di cui mi fregio.

Condividendo quanto scritto da Gaberricci, non vorrei lanciarmi in facili esaltazioni e osservazioni ricche di quel pathos di gusto patogeno. I morti ci sono, i feriti anche, che si tratta di un disastro annunciato – penso – risulti palese.

Voglio solo scrivere – però – poche righe su una cosa che mi ferisce. Non mi aspettavo certo un Je suis Puglià … ci mancherebbe, ma manco la speculazione di un umorismo nero e insulso…

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e l’emergere di ancestrali e mai sopite divisioni…

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Non immaginavo che la celebre frase (di dubbia attribuzione e quindi dubbia collocazione temporale) «Fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani» fosse tanto lontana dall’essere attuata. Mi rattrista che il popolo che si commuove per l’inno di Mameli bofonchiato da 11 tizi in pantaloncini e che – forse – ha condiviso l’hashtag #jesuisparis, nel momento in cui ci sarebbe da dimostrare una composta solidarietà nazionale, sia così chiuso… ottuso… povero. A questa gente io auguro il meglio e nel meglio che auguro c’è quella merce rara che si chiama umanità.

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