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ill. Lio Montpellier

ill. Lio Montpellier

Oggi ricorrono i quarant’anni della morte di un uomo: Pier Paolo Pasolini. Non intendo spandermi in elogi e onorificenze per il gusto di parlare dell’argomento del giorno, del resto – in tutta onestà – non è uno dei personaggi da me meglio conosciuti e uno fra i miei autori più letti. Non lo dico per falsa modestia, vi basti pensare che la sua opera che preferisco è Pilade… un testo teatrale ritenuto – dai più – di poco conto, ma – felice di essere impopolare – io trovo meraviglioso (un giorno ve ne parlerò!). Qual’è lo scopo di questo post, vi starete chiedendo… semplice: ricordare. Voglio solo ricordare. Ricordare un uomo di cui ho sempre ammirato l’intelligente e tagliente indipendenza di giudizio e quel suo dire le cose senza peli sulla lingua…cosa questa che (lo ammetto) me lo fa anche temere e tenere a distanza nelle letture perchè ho quasi paura che le sue parole possano ferirmi (sono codarda, lo so!). Lascio che siano le parole di Oriana Fallaci a parlarvi di lui, meglio di quanto possa fare (secondo me) chiunque…

 […] Cosa si risponde a un uomo che piange la sua disperazione di trovarsi uomo, il suo dolore d’essere nato da un ventre di donna? Non era una lettera diretta a me, del resto, ma a te stesso, alla morte che rincorrevi da sempre per mettere fine alla rabbia d’essere venuto al mondo grazie a una pancia gonfia, due gambe divaricate, un cordone ombelicale che si snoda nel sangue. E come consolarti, placarti, di una simile ineluttabilità? Le parole con cui consolarti erano nel libro che tu rifiutavi con ira, l’unico modo per placarti sarebbe stato prenderti fra le braccia: amarti come solo una donna sa amare un uomo. Ma tu non hai mai permesso a una donna di prenderti fra le braccia, amarti. Quel nostro ventre da cui sei uscito ti ha sempre riempito di orrore. Fuorché tua madre, che veneravi come una Madonna messa incinta dallo Spirito Santo, dimenticando che anche tu eri stato legato a un cordone ombelicale che si snoda nel sangue, noi donne ti incutevamo fisicamente un disgusto. Se ci accettavi, era per pietà. Se ci perdonavi, era per volontà. In ogni caso non dimenticavi mai la leggenda che dà a noi la colpa d’aver colto la mela, scoperto il peccato. Odiavi troppo il peccato, il sesso, che per te era peccato. Amavi troppo la purezza, la castità che per te era salvezza. E meno purezza trovavi, più ti vendicavi cercando la sporcizia, la sofferenza, la volgarità: come una punizione. Come certi frati che si flagellano, la cercavi proprio con il sesso che per te era peccato. Il sesso odioso dei ragazzi dal volto privo di intelligenza (tu che avevi il culto dell’intelligenza), dal corpo privo di grazia (tu che avevi il culto della grazia), dalla mente priva di bellezza (tu che avevi il culto della bellezza). In loro ti tuffavi, ti umiliavi, ti perdevi: tanto più voluttuosamente tanto più essi erano infami. Di loro ci cantavi con le tue belle poesie, i tuoi bei libri, i tuoi bei film. Da loro sognavi d’essere ucciso, prima o poi, per compiere il tuo suicidio. Sono cattiva a dirti questo? Sono crudele anch’io? Forse, ma sei stato tu a insegnarmi che bisogna essere sinceri a costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli, e sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso […]

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