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René Aubry è polistrumentista e compositore francese contemporaneo, originario di Épinal (nella regione della Lorena). Classe ’56,  la musica nel sangue, appena ventenne gira l’Europa. Si trova in Italia nel 1979, precisamente a  Venezia, quando assiste ad uno spettacolo di Carolyn Carlson: la conosce – appassionandosi al teatro danza – e ne diviene il musicista ufficiale. Sempre a Venezia nel 1983 registra il suo primo album, Renè Aubry, cui ne seguiranno altri venti. Nel corso della sua carriera – a dimostrazione di quanto sia poliedrica la sua personalità – ha collaborato con artisti quali, ad esempio,  Pina Bausch e David Byrne (si, avete capito bene: il fondatore dei Talking Heads!) e si è occupato di varie colonne sonore (fra cui quella per il film d’animazione The Gruffalo).

Mi è capitato di ascoltarlo la prima volta durante uno spettacolo equestre. La sua musica assieme alla malia esercitata bellezza del cavallo che modulava la sua andatura passo/trotto/galoppo erano un unicum che rasentava il sublime. Ho cominciato da lì il mio viaggio alla scoperta delle sue sonorità. Non uso la parola viaggio in maniera casuale. La raffinatezza della sua musica si dipana in trame leggere offrendo voli pindarici della fantasia, segreti sussurrati dal vento di scirocco, acque che mormorano, paesaggi che si inseguono al ritmo suadente di arpeggi di chitarra, di corse di dita su tasti neri e bianchi, della cadenza di un ritmo morbido suggerito da spazzole che accarezzano la pelle tesa dei tamburi. E ancora: mandolini, percussioni, fisarmoniche, ottoni, violini… tutto all’insegna di una musica onirica e al contempo essenziale, rarefatta eppure incalzante, volitiva e capace di sedurre. Così come per Kandinskij i colori erano la trasmigrazione visiva dei suoni, così per Aubry la musica è la traduzione in chiave acustica di paesaggi e colori e la tavolozza usata con maestria tale da indurci – prede della sua ipnotica carezza – ad abbandonarci a eterei vagabondaggi.

Eccovene un saggio (e scusate il campanilismo):

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