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Ascoltavo Steve Vai poco fa, precisamente Tender surrender e pensavo che è proprio così, ci sono sere in cui tutto ciò di cui hai bisogno è un “tenero abbandono”. Traduco volutamente surrender come abbandono. La parola abbandono è duplice. Sfaccettata. Non è banale. È enigmatica. L’abbandono può, sì, essere inteso come un allontanamento (volontario o forzato, fisico o psicologico che sia) …una rinuncia, ecco. Ma l’abbandono è anche quel lasciarsi andare, affidarsi totalmente a qualcuno, a uno stato d’animo, a un pensiero. E non importa se si tratti di un qualcosa di bello o di brutto… quel lasciar correre, quel mandare a ‘fanculo il mondo, quel dire: «Non importa. Qui, adesso, in questo preciso momento è così che mi sento, punto… basta» è sublime.

Abbandono, lasciar scivolare. Abbandono… così fatale, così individuale…

Abbandono.

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