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Nel giro di pochi giorni:

– mi sono ritrovata seduta al tavolo di un pub fra persone che, anziché parlare, per comunicare si scambiavano (immancabile smart-phone alla mano) messaggi tramite WhatsApp ridacchiando in solitaria;

– ho letto sul giornale (sì! Quello di carta… lo so, sono antica!) di uno studio – condotto su un campione di ottocento ragazzi che frequentano gli ultimi due anni di scuole superiori – da cui è emerso quanto i giovani considerino tedioso doversi rapportare di persona con la gente. Meglio il computer o il telefonino;

– una buona conoscente mi ha rimosso dai suoi contatti su Twitter e non mi saluta più perché non ho firmato virtualmente una petizione da lei suggerita sul social network. A mia discolpa ho solo da dire che non ero d’accordo e non l’ho fatto. Che ho fatto di male?

– ho discusso con una mia amica perché mi sono rifiutata di mandare una richiesta di amicizia su Facebook a un tipo che le piace (provandoci con lui in pratica) per vedere se accettava le mie lusinghe.

Avrei da raccontarvene altre, ma ve le risparmio. Piuttosto, mi chiedo se la situazione non ci stia sfuggendo (anzi, a dirla tutta, ci è già sfuggita) di mano senza che ce ne stiamo (siamo) accorgendo (accorti). Del resto, è normale che, talvolta – magari – sappiamo che tempo fa ad Hong Kong, ma non sappiamo se fuori dalla nostra finestra piove o c’è il sole. Così, come è anche vero che non bado più al fatto che se c’è da organizzare un’uscita si passa attraverso i social network. Roba che se malauguratamente – per necessità o libera scelta – un giorno non puoi o vuoi connetterti sei fuori dal giro!

Premetto, che non disdegno: internet, social network, nuove tecnologie e quant’altro… anzi. La rete mi permette di vagabondare virtualmente, scoprire cose che non so e avere un quantitativo enorme di dati cui attingere. I social network mi consentono di stare in contatto con diversa gente e condividere informazioni. Trovo affascinante il fatto che – soprattutto questi ultimi – contribuiscano alla formazione di una sorta di memoria collettiva di ciò che accade giorno dopo giorno nel mondo e che – al contempo – non gli sfugga di ricordare nessun evento passato, sia esso la data di nascita di uno scrittore, un fatto storico, l’approvazione di una legge, un attentato o altro. Penso sia allettante perché la rete ci da la possibilità non solo di ricordare, ma anche di esprimerci… di dire la nostra (…possibilmente a monte di una riflessione interiore sull’argomento) e la macrostoria collettiva si intreccia e fonde con la microstoria di ciascuno di noi. Tutto ciò è piacevole,positivo, a patto – però – che non prenda una piega ossessivo-compulsiva. Rischio che si corre – da cui nessuno credo sia immune – e che considero collegato anche alla velocità con cui viaggiano le informazioni in rete. Velocità che diventa per noi un dictat – di vaga ascendenza marinettiana – cui omologarci, pena l’esclusione… il rimanere ai margini della rete di scambi in atto. Comunicare per via telematica è diventato un tale automatismo che difficilmente ci si accorge, o si ammette, che rasenti il maniacale. Presi da una sorta di fretta logorroica le notizie vanno date/condivise, il pensiero espresso possibilmente prima che qualcuno lo dica al posto nostro e noi ne perdiamo la “priorità acquisita”.

Ok! La nostra società e iper e interconnessa, ne prendo atto e lo accetto. La cosa che non accetto è il rischio di perdere l’attitudine alle relazioni umane che, con tutti i loro pro e i loro contro, restano – secondo me – ineguagliabili. Non accetto che il mondo resti chiuso nella sfera virtuale della memoria volatile di un computer. Non accetto che solo quel mondo venga considerato degno di attenzioni e interesse e non la vita vera, quella che possiamo toccare ogni giorno mettendoci in gioco nelle situazioni e con persone reali. Non mi va bene che si finisca col ridursi quasi prigionieri, quasi, di sé stessi e della dipendenza da uno spazio virtuale.

A ben pensarci, però, la parola web o il prefisso net la dicono lunga… e avremmo dovuto prevedere che saremmo finiti in trappola.

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