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Arrivò a primavera…come i fiori nuovi.
Fu il regalo speciale che mi fece mia madre in occasione del mio sesto compleanno! Un regalo che avevo tanto richiesto e aspettato, ora era lì… piccolo e morbido. Peccato solo che, a causa sua, mia madre non poté organizzarmi la festa quell’anno ed io iniziai a guardarlo con sospetto, a riservargli piccole angherie come svegliarlo quando si era appena addormentato…oppure non avvertire mia madre appena lo sentivo piangere… si sa i bambini sanno essere sadici all’occorrenza!
«Mi raccomando Simona, ‘sta attenta al fratellino!», «Su non fare storie! Bell’esempio sei per tuo fratello!» sono le frasi che per anni mi hanno perseguitato, suonando, a volte, come una presa in giro… tanto lui era più vispo, più bello, più bravo, più allegro, aveva più carattere di me… tutti erano attratti da lui. Lui non dispensava baci, imponeva i suoi no e tutti gli stavano dietro e, inevitabilmente, lo amavano! Certe cose sono scritte nel destino, lui si chiama Davide che in ebraico vuol dire, appunto, “amato”.
Io sono nata il 20 aprile, lui il 16.
Io avevo compiuto 9 anni, lui 3.
A me avevano regalato la bici, a lui una diavoleria elettrica… una specie di mini-moto, ma con tre ruote come un triciclo, che dopo averla ricaricata, si azionava semplicemente premendo con il piede un piccolo pedale e che si fermava quando lo lasciavi.
Io per provare la mia nuova bici, dovetti aspettare il giorno in cui mio padre – libero da impegni – trovò il tempo per accompagnarmi giù in cortile a inaugurarla. Lui, invece, aveva la possibilità di scorazzare con la sua diavoleria in giro per casa. Girava sulla sua moto e rideva, mi faceva le pernacchie, voleva salirmi sui piedi, sbatteva nelle porte… faceva un baccano incredibile e mia madre anziché arrabbiarsi, come faceva con me quando sbadatamente spostando una sedia questa strideva strisciando contro il pavimento, con lui, no. Con lui rideva e diceva a miei nonni soddisfatta: «Ma guardatelo! Sembra nato apposta per stare su quella moto!»; «Buon sangue non mente, tale e quale a me. Quando sarà grande gli regalerò la mia moto Guzzi!» le fece eco mio nonno. Io, fingendomi intenta nella lettura del Corriere dei Piccoli, tra me pensavo non fosse giusto. La moto Guzzi, l’avevo vista prima io, la guardavo e sognavo di essere grande abbastanza per salirci su…altro che scuola di danza! Me ne sarei andata volentieri in giro per il paese sulla malandata moto del nonno!

Dulcis in fundo mia madre non resistette alla tentazione di immortalarlo su quasi un intero rullino di foto. Per fortuna all’epoca non c’erano le fotocamere digitali con quattro giga di memoria come oggi che permettono di scattare una mole infinita di foto che poi non stampi e rivedi mai.
Mia madre gli scattò non so quante foto e lui ogni volta si inventava nuove pose, ingenuamente egocentrico come gran parte dei bambini. Ad un certo punto, si ricordò di avere anche una figlia e mi chiamò:
«Simonaaa! Vieni, dai! …Fai una foto con Davide!»
«Sto leggendo! E poi, di foto con Davide ne ho tante!!!» risposi.
«Non fare la musona. Vieni a fare la foto!»

Mi alzai sbuffando, la sedia stridette e mia madre urlò… come al solito!

Mi avvicinai borbottando: «La foto la faccio solo se poi me ne fai una DA SOLA in sella alla bici», mia madre mi lanciò uno sguardo ammonitore e non disse nulla. Sapevo che stava pensando una cosa che mi aveva già ripetuto altre mille volte e cioè:«Non fare così, anche a te quando avevi la sua età abbiamo fatto un sacco di foto! Anzi, lui, in confronto a te ne ha molte di meno!»
Flash! Prima foto…lui a cavallo della sua moto e io in piedi a fianco a lui.
«Un’altra, un’altra!» disse mia madre «però avvicinati, abbassati…non so, mettetevi in posizione»
Flash! Seconda foto… io piegata alla sua altezza e lui sulla moto.
«Bella! Bella! Facciamone un’altra!»
«No, mamma, basta»
«Un’altra, un’altra!» insisté Davide «una con me sulla moto e tu che fai il trenino con le mani qui» mi dice indicandomi le sue spalle. Mi misi in posizione e terzo flash!
«Ok, ora sulla bici» mi lamentai.
«Va bene» acconsentì mia madre.
Salii in sella alla bici e lo vidi arrivare di corsa:  «Io con Simona, io con Simona!»
«Dai, facciamone una così» dice lei«e poi ti faccio la tua foto da sola»
Acconsentii sbuffando! Flash! Fatta la quarta foto!
«Su Davide, via di lì…la mamma fa una foto a Simona» lui un po’ risentito andò via, si spostò verso il muro. Non mi pareva vero si fosse allontanato!  Mia madre indietreggiò nel corridoio per ritrarmi a figura intera, stava per scattare la foto quando lui con un movimento repentino si affacciò nel corridoio…flash! Quinta foto! Tutti ridevano, meno che io. Nulla da fare… troppo tardi per non scattare… mia madre non seppe dire con certezza se lui fosse venuto o meno sulla foto, ma sì! Venne!… «Aspe’, dai…resta sulla bici, te ne faccio un’altra per sicurezza» e rivolgendosi a mia nonna «tienilo fermo.»… ma fu inutile, non c’erano più foto sul rullino… «foto finite, le facciamo un’altra volta quelle con te sulla bici.» Pensai che lui mi rovinava sempre tutto… e che forse sarebbe stato meglio che mia madre mi avesse ascoltato quando, durante la gravidanza, scoprendo che era maschio e sapendo che volevo una sorellina mi chiese «Ascolta, e se la mamma anziché regalarti una sorellina ti regala un fratellino?» ed io risposi candidamente «Se è maschio, lo buttiamo!»
Ero convinta, allora, che non lo avrei mai perdonato, che mai saremmo andati d’accordo io e lui… ed invece non è stato così. Lui è parte di me, forse di quella parte più autentica, di quella parte al contempo viscerale e ancestrale che sente la eco dello stesso sangue scorrere nelle vene, quella del gioco dell’infanzia, quella che mi fa incazzare (sì, incazzare… perché incazzare è diverso da arrabbiare), quella capace di perdonare, quella parte che mi fa ancora sperare e credere di valere.
Semplicemente io lo amo con tutta me stessa… era pestifero e non mi ha reso vita facile, ma è vero che anch’io ero una bambina e travisavo le cose. Non so se crescendo si acquisti una maturità così lucida da far vedere esattamente le cose per quello che erano, sicuramente la maturità porta a vedere le cose sotto un’ottica nuova e per magia i ricordi svelano pagine che fino a qualche tempo fa non eravamo in grado di leggere… e così, accanto al bimbo iperattivo, ora vedo anche quello che non apriva il suo uovo Kinder se io non tornavo da scuola, perché voleva lo aprissimo insieme per poi giocare. La tenerezza che mi invade spazza via ogni rancore ed io sono grata più che mai a mia madre per il suo regalo speciale.

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