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Non siamo sempre noi a scegliere un libro, talvolta è il libro che sceglie noi.
Magari, siamo lì, con intenzioni altre, poi “lui” ci guarda e ci sceglie.
Questo è quanto avvenuto con Splendore di Margaret Mazzantini, una storia che ha preteso di essere letta.
Premetto che, per quanto le riconosca acutezza e precisione di indagine dell’animo umano, non sempre riesco a star dietro alla Mazzantini e alle sue storie. In un paio di occasioni mi ha colta in flagranza la tentazione di voler abbandonare un suo libro a meno di metà strada… questa volta no, questa volta è stato diverso. Posso dire che è stato quasi l’opposto, nel senso che non solo non mi è mai passato per la testa di abbandonare il libro in corso di lettura, ma non volevo finisse… ho centellinato le ultime pagine, sperando la sua storia si allungasse tenendomi ancora un po’ compagnia. Una storia, quella di cui ci rende partecipi la Mazzantini, densa e corposa, piena di detto e non detto; piena, satura di emozioni e inclinazioni dell’animo senza padrone; una deriva di istinti e dei sensi, di fatti ineluttabili accaduti nella loro millimetrica precisione senza chiedere permessi o senza il bisogno di incastrarsi su un sostrato preesistente. La storia è quella di Costantino (figlio del portiere) e Guido (figlio di un medico), stesso palazzo, abitazioni agli antipodi… universi distanti e paralleli che entrano in rotta di collisione perchè così vuole la vita e alla vita non si sfugge. Guido e Costantino, Costantino e Guido insieme eppure sempre soli, soli con sé stessi e ciascuno con la propria battaglia: quella di una deflagrante diversità non accettata. Una diversità che, come certi amori, chiede solo di essere vissuta e a cui, invece, i protagonisti oppongono resistenze su resistenze avvalendosi, a vario titolo, di tentativi per condurre e ricondurre le loro esistenze nell’alveo di una rasserenante normalità (e qui mi pongo la domanda da un milione di dollari: cos’è la normalità?). Inizialmente pensavo che i due protagonisti non avessero il coraggio delle loro azioni, poi ho capito che non era questione di coraggio ma di inquietudine, di quel sale che brucia, erode come le onde del mare (di quel mare costante coprotagonista che si staglia sullo sfondo degli episodi salienti del libro) che erodono la costa e non sono mai paghe, mai ferme. Penso che non si sarebbero amati comunque Costantino e Guido, non ci sarebbe stato lieto fine per loro neanche fossero stati caratterialmente diversi perchè incarnano il tipo umano del perenne insoddisfatto… il tipo umano che Francis Scott Fitzgerald definirebbe «eternamente in moto». Il problema di Guido e Costantino non è (o almeno non è solo) quello di gestire una diversità legata alla sfera sentimentale e sessuale, sarebbe riduttivo, io credo si tratti di andare oltre e di definire un ben diverso tipo umano incapace di pacificarsi e vivere la vita per ciò che è, quel particolare tipo umano sempre teso nello slancio spasmodico di rincorrere ciò che non ha e non si tratta di essere omossessuali, è un modo di essere e vivere che concerne l’uomo in sè per sè, nel senso lato del termine. E qui, secondo me, sta la forza del libro: racconta di due omosessuali, ma non è solo di loro e a loro che parla.
Onestamente, ho trovato i risvolti finali, sopratutto per ciò che riguarda Costantino, un po’ banali… non mi sono piaciuti, dovessi scegliere trovo più emotivamente e coerentemente in linea con il resto della storia il finale scelto per Guido.
Al di là di ciò che ciascun lettore vuole leggere, resta che Splendore mi ha catturata portandomi nei vortici emotivi e negli tzunami dei personaggi e facendomi rimbalzare dall’iniziale istintiva simpatia per Costantino, a quella più consapevole per Guido, all’ammirazione senza se e senza ma per Izumi.
Ho letto da qualche parte la critica che la visione dell’omosessualità offerta da Splendore è troppo triste e la vita degli omosessuali non è così triste e tormentata come la descrive Margaret Mazzantini. Che Splendore lasci l’amaro in bocca e una perdurante scia di malinconica tristezza è vero, ma credo – tolte le dovute eccezioni del caso – che, per la maggiore, quando sussiste una diversità o presunta tale (sia essa sessuale, sociale, etnica, ecc.) ci si scontri davvero con l’incapacità di accettare la propria condizione e, di conseguenza, farla accettare o per lo meno renderla fruibile agli altri.
Margaret Mazzantini ci offre l’ennesima prova – oltre che delle sue capacità affabulatorie e di immedesimazione – della propria versatilità nell’uso dei registri linguistici: pur non mancando circonvoluzioni barocche, un certo gusto per l’aforisma e una sibilante verve, la sua scrittura scarna, secca e graffiante, ben si sposa con le vicende raccontate nella loro crudezza con tratti di tangibile, masochistica nonchalance.

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