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[…] è consuetudine del destino dare appuntamenti strani” scrive Alessandro Baricco in Castelli di rabbia, così può capitare di essere intenti in una ricerca sul femminismo, imbattersi in una dichiarazione di Brigitte Bardot e, di link in link, nel tentativo di approfondire la questione, ritrovarsi di fronte una chitarra.
È stato così che sono venuta a conoscenza del genio e della storia di Antonio Wandrè Pioli, restando a dir poco affascinata dal suo personaggio, dal suo estro e dalle sue chitarre. 
Conosciuto e venerato all’estero (e non solo dai nostalgici del vintage), meno noto in patria, Antonio Pioli, nacque a Cavriago (Reggio Emilia) nel 1926, sin dall’infanzia il padre – di professione liutaio – resosi conto del carattere eclettico e della forte tendenza ad andare controcorrente del figlio, era solito chiamarlo va’ndrè (che in dialetto reggiano vuol dire “va all’indietro”). All’età di sedici anni diventa partigiano, poi – finita la guerra – segue un corso di perfezionamento per diventare capocantiere edile, lavoro – questo – che lo porta a girare l’Italia da nord a sud, per poi tornare a stabilirsi a Cavriago nel 1957. Fu proprio l’estate di quell’anno che iniziò la sua produzione di strumenti musicali Wandrè. In pochi mesi passò dalla produzione di liuti e contrabbassi classici a quelli semi-acustici per poi passare alla totale elettrificazione, dotando gli strumenti di pick-up. Fu così che Pioli sfidò l’America del rock ‘n roll e diede vita alla prima fabbrica italiana di chitarre elettriche, probabilmente l’unica al mondo a pianta circolare per “ottimizzare il ciclo del montaggio senza alienare la creatività dei lavoratori o l’intuizione del design”.

Wandrè Framez Naika Bass 1

Wandrè Framez Naika Bass 1

Wandrè Framez Naika Bass 2 (dettaglio)

Wandrè Framez Naika Bass 2 (dettaglio)

Wandrè Framez Naika Bass 3

Wandrè Framez Naika Bass 3

Le chitarre prodotte da Wandrè non sono semplici chitarre (ammesso che le chitarre siano mai semplici), ma vere e proprie opere d’arte – tanto da essere state definite sculture da suonare – dal design ricercato, forme sghembe e colori spesso inusuali. L’estro di Wandrè, capace di soluzioni estreme senza per questo intaccare la funzionalità dell’oggetto, si nota anche nell’attenzione ai dettagli: nei battipenna, nelle palette, nelle chiavette. 

Dettaglio paletta della Wandrè Polyphon

Dettaglio paletta della Wandrè Polyphon

Dettaglio paletta della Wandrè - Davoli Cobra

Dettaglio paletta della Wandrè – Davoli Cobra

Fu lui, inoltre, ad utilizzare il duralluminio per la costruzione di manici e altre parti meccaniche. Sono queste le caratteristiche che hanno fatto conoscere i suoi strumenti in tutto il mondo. Tra i modelli Wandrè più apprezzati figurano la Brigitte Bardot (ecco come dalla mia ricerca sul femminismo sono arrivata alle chitarre Ndr), la Scarabeo, la Bikini (la prima con amplificatore incorporato Ndr) la Rock Oval; tra gli artisti che ne possedettero e suonarono almeno una: Frank Zappa, Bob Dylan, Buddy Miller, Ace Frehley, Nomadi, Celentano.

 

Wandrè Bikini

Wandrè Bikini

Wandrè-Davoli Scarabeo

Wandrè-Davoli Scarabeo

Wandrè Rock Oval

Wandrè Rock Oval

Wandrè Brigitte Bardot

Wandrè Brigitte Bardot

Nonostante le sue chitarre fossero apprezzate dal punto di vista sia tecnico, sia estetico, il marchio Wandrè si arenò per la cattiva gestione sul piano commerciale con la stipula di contratti in esclusiva, l’interruzione del fortunato sodalizio con la Davoli e il rifiuto di entrare in società con la Eko di Recanati.
L’avventura di Wandrè nel mondo delle chitarre si concluse, così, nel ’68 quando si reinventò dapprima prima designer di abiti in pelle e, poi, aderì al movimento artistico Flexus.
Antonio Wandrè Pioli è morto il 15 agosto del 2004; per commemorare il primo decennio dalla sua scomparsa lo scorso aprile a Cavriago si sono tenuti una serie di eventi in suo onore: una mostra, incontri, raduni. In quell’occasione è stato presentato il libro Wandrè. L’artista della chitarra elettrica. (Anniversary Book, pp. 288, euro 48) che ne ripercorre la vita e le opere dell’artista cavriaghese curato da Marco Ballestri e introdotto da un saggio di Guccini in cui si legge: 
“Wandrè! Chi era costui? …Mi raccontano che faceva chitarre, ma non chitarre come hanno da essere le chitarre, piuttosto oggetti dotati di anima propria, ribelli, addirittura pericolose. Ché se fai l’errore di prenderne una in mano rischi di perderti e non ritrovarti mai più. Io li ascolto, sorrido e non dico niente: perché so di cosa stanno parlando […] una sua chitarra l’ho suonata eccome, fino a distruggermi le dita. […] Non ho vergogna ad ammettere che mi faceva quasi paura, con quel suo colore rosso scuro e le paillettes che si accendevano sotto la luce dei riflettori da balera. […] Però qualcosa di magico c’era, perchè non la sostitui con una Gibson o una Les Paul nera quando ne ebbi l’occassione, nonostante allora non sapessi che sarebbe bastato regolare per benino un paio di viti per renderla suonabile e intonata più della Gibson… perchè quei mentecatti che la costruivano, mica te lo davano uno straccio di libretto con le istruzioni!”.

 

 

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